"Basta pippe mentali, perché tu vali" (cit. la Vita + Pantène)

Questo post potrebbe avere mille titoli, a partire dal banale "I'm back", per finire con il volgare "Vaffanculo, da adesso me ne sbatto". E invece avrà un titolo abbastanza a caso; ci penserò.
Avevo smesso di scrivere perché non avevo niente da dire. Poi ho ricominciato, ma avevo paura. Paura delle cose che avrei potuto scrivere. Paura di quello che la gente avrebbe potuto pensare. Paura anche di passare per una snob del cazzo ma... sapete che vi dico? Pace, che lo pensino. Pensiate. Boh.
Ad ogni modo, rieccomi qui; ritorno a scrivere perché forse di cose ne ho da dire, che vi piaccia o no. Ritorno a scrivere perché è un'esigenza: un pensiero, un tarlo che scava continuamente nella mia testa, che mi assale almeno una decina di volte al giorno da mesi, forse anni. E ora è arrivato il momento di smettere di ignorare questo richiamo.
Bene, sapete cos'è che ha fatto scattare la molla? No, non lo sapete, perché credo di averlo capito a malapena io. Ad ogni modo, si tratta del film del momento. Oh sì, signori, sì... Sto parlando proprio de La grande bellezza.
E ciò che mi ha spinto a  scrivere sono tanto la visione del film quanto i commenti, per lo più negativi.
Forse avrei dovuto scrivere oggi pomeriggio mentre ero nel pieno dell'ispirazione e non ora, nel pieno del mal di testa (e dell'ira funesta perché... ok, è il secondo tentativo, il primo è andato miseramente perduto).
Ad ogni modo, a me è piaciuto. Premetto che io non so un cazzo di cinema, perciò la mia analisi sarà tutt'altro che tecnica. E tutt'altro che un'analisi. Però... io ci ho visto tante cose, dentro.
Innanzitutto io Jep Gambardella l'ho amato, con i suoi 65 anni, la sua visione delle cose, il suo savoir-faire, la sua lingua tagliente. Una vita in cui accade tutto e niente, un susseguirsi di eventi che non hanno nulla di particolare eppure lo portano ad una serie di epifanie. Quella che ho apprezzato di più è stata quella riguardo al non perdere più tempo nelle cose che non ci interessano. Taaac.
Ci ho visto delle caricature di quelle pose e di quei personaggi così comuni al giorno d'oggi: la sedicente artista che dice di vivere di vibrazioni ma non sa nemmeno di cosa parla, il poeta che in pubblico non ha mai nulla da dire, la spogliarellista di quarant'anni che dovrebbe risultare come il personaggio più grottesco, ma forse si rivela quanto di più vicino alla verità e alla bellezza. Non quella "grande", certo, ma pur sempre bellezza.
Qualcuno ha visto nel film una morale del tipo "Ci sono persone che per quanto lottino per i loro sogni, non arriveranno mai a relizzarsi". Vorrei sapere, chi? Chi lotta per i propri sogni in quel film? Sono tutti personaggi disillusi, tutti convinti che non ci sia nulla al di là della realtà che hanno sotto il naso. Nemmeno Jep combatte; certo, lui la "grande bellezza" la cerca, ma come tutti, non si muove dal suo circondario, nella convinzione che "qui e lì non fa molta differenza". Ma chiunque sia stato "lì" -un lì qualsiasi, per un periodo di una qualsiasi durata- sa benissimo quanto questo cambi le cose. Quanto questo cambi noi.
Eppure ho provato a darmi una risposta, a spiegarmi perché questo film sia stato accolto dal pubblico italiano con tanto disprezzo. E ho trovato una risposta plausibile (alt! Non ho detto "verità assoluta"! Ho visto la tua espressione!) ripensando al modo in cui ragionavo io nel passato, ed è un modo forse comunissimo di vedere le cose. Funziona più o meno così: ciò che ci trasmette sensazioni positive è bello, ciò che ce ne trasmette invece di spiacevoli è brutto. E ovviamente è spiacevole anche ciò che non riusciamo a comprendere. La grande bellezza è indubbiamente un film che di sensazioni ne lascia eccome; belle sono quelle relative alle riprese paesaggistiche di Roma, pesanti e difficili da comprendere quelle relative ai concetti che Sorrentino ha voluto esprimere. Non è un film a lieto fine. Non è un film per tutti. E' un dato di fatto che ci sono persone che tendono ad osservare, sviscerare cose, persone ed eventi più di altre: ecco per chi è questo film. Per chi coglie le mille sfaccettature della realtà, per chi è ben conscio del fatto che il genere umano e i suoi rappresentanti sfuggono ad ogni categorizzazione. Per chi ha realizzato e forse accettato che il Nulla (dai, questa è facile) è già parte integrante della nostra realtà.
L'ultima cosa che mi ha fatta riflettere è stato il paragone con La vita è bella di Benigni. Ora, da ebraista (nullafacente sotto quel punto di vista, ma lo rimarrò sempre -ebraista, non nullafacente, spero- nel cuore e nell'anima), quel film l'ho apprezzato molto, ma... perdio, come si può pensare di paragonare due cose completamente diverse? Paragonare un film che vuole descrivere una realtà nuda e cruda ad uno che invece 
invece descriveva la storia di un padre che indora la pillola per nascondere la realtà agli occhi del figlio. Non si può paragonare qualcosa che vuol commuovere a qualcosa che vuole destabilizzare. Che vuole indurre a reagire. A pensare "Non è possibile che sia così". Oh, e invece sì.
Bon, premesso che questo post è venuto uno schifo, ben più di quanto avrei immaginato, penso che sia anche ora di finirla qui.
E come farlo se non nel modo più banale per terminare un post, ovvero una citazione? Suvvia, non si può mica essere sempre splendidi ed eccezionali!
“Le vedi queste persone? Questa fauna? Questa è la mia vita. E non è niente”.
Jep Gambardella.

Au revoir.



Commenti

  1. Allora non mi fai piangere? Ahahah! Grazie cara! :)

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  2. Contro i pregiudizi di uno sguardo distratto, contro i preconcetti di un film che ha vinto e convinto all'estero - mentre in Italia è stato preso come un fenomeno, e non come un'opera che offre una visuale.
    Molto bello, Elena!!

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  3. Per espandere il nucleo del tuo ragionamento: i film come molti altri strumenti di conoscenza trasmettono conoscenza, ti fanno vivere delle situazioni problematiche fornendoti possibili chiavi che potrai riutilizzare quando ti troverai materialmente in circostanze analoghe. In talaltri casi servono per immaginare scenari improbabili pensando alla propria vita (pensa alla funzione emancipatoria delle telenovelas).
    Un finale triste comunica che da una certa situazione non se ne esce e pertanto getta chi guarda nello sconforto e nell'odio verso l'opera.

    -Shylock-

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